LUCIO MIELE, Kalpa (TheNewNoise)

Percussionista di formazione classica con una marcata propensione per la sperimentazione e la commistione di linguaggi eterogenei, Lucio Miele ha al suo attivo una nutrita serie di collaborazioni con orchestre, ensemble di musica da camera e formazioni jazz. Kalpa, prima pubblicazione a sua firma esclusiva, ci offre un’ampia panoramica del suo caleidoscopico universo sonoro, generato da questo incrocio fertile tra percorso accademico e attività musicale in ambiti differenti e sfaccettati.

Coadiuvato in cabina di regia da Anacleto Vitolo, a cui è affidata parte della componente sintetica, e con la partecipazione di Simona Fredella, voce narrante in tre delle sei tracce, Miele disegna un immaginario sonoro trasversale in cui trovano posto echi delle avanguardie del Novecento, attitudine jazzistica all’improvvisazione e un utilizzo sapiente dell’elettronica. L’insieme di queste istanze si cristallizza in una serie di itinerari ibridi, volti a dare consistenza aurale alle emozioni da cui ogni singolo capitolo scaturisce.

È soprattutto l’approccio alla materia sonora a fungere da fil rouge tra le composizioni. Seguendo la suggestione dettata dal titolo del lavoro, possiamo immaginare ciascun capitolo come frazione di un unico ciclo caratterizzato da un costante cambiamento. A traiettorie percussive profondamente materiche, che procedono tra stridori e fruscii simulando l’inquieto soffiare del signore delle tempeste (“Enlil”) o processi cosmici di quieta disgregazione (“Pralaya (Si Dolce Il Tormento)”), succedono combinazioni teatrali di tessiture elettroacustiche e testi che si infrangono su saturazioni noise tendenti al rumore bianco (“Kali Yuga”, “Apsù E Tiamat”). In “Mbombo” (apice del lavoro per chi scrive) questo incessante succedersi di diverse componenti si ritrova condensato all’interno di un’unica entità. Vorticosa e magnetica è la sequenza di destrutturazioni ritmiche dai rimandi autechriani, sospensioni atmosferiche finemente modulate e inattese divagazioni pianistiche imperniate sulla dissonanza.

È quindi soprattutto l’essenza composita, la capacità di integrare elementi eterogenei all’interno di una drammaturgia coerente ed efficace a caratterizzare questo esordio parziale, biglietto da visita di un artista di indubbio talento, del quale certamente sentiremo parlare a lungo.

 Di PEPPE TROTTA   https://www.thenewnoise.it/lucio-miele-kalpa/

Il discografo: «Kalpa» di Lucio Miele,percussioni ed elettronica per suonare il mito Pubblicata su cd dall’etichetta portoghese Creative Sources la ricerca sulle origini del suono e del cosmo del musicista campano

Classe 1988, Lucio Miele ha studiato al conservatorio di Salerno e poi a Roma, Santa Cecilia. Usa le percussioni in abbinamento all’elettronica per creare uno spazio sonoro che chiede di essere «abitato» da chi ascolta. Il suo approccio è quello del musicista contemporaneo che inventa il proprio linguaggio, con il rigore che gli viene dai […]

Un “pensiero velato” nella Cappella Sansevero: lo pronuncia Lino Musella

Tendenza degli ultimi anni è convertire luoghi architettonici che erano stati abbandonati a se stessi o spogliati dal tempo della propria originaria funzione in ambienti per la fruizione artistica, in virtù di un loro recupero o di una rivalorizzazione, aprendo a nuove possibilità per gli artisti di studiare significati della performance o dell’opera in relazione alla sua cornice. Scelta non obbligata, quella di esprimere in questi ambienti l’arte nel suo potenziale site-specific, realizzando l’intervento artistico a partire dalla simbologia evocata dallo spazio. Site-specific sono anche quegli eventi – performance, spettacoli – collocati in una cornice già potente che non avrebbe bisogno di “rivalorizzazioni”. Esserci in quelle occasioni speciali diventa per il pubblico un piccolo grande privilegio, oltretutto a ingresso gratuito, una maniera diversa di fruizione, in cui irriproducibilità dell’evento esalta del luogo architettonico la sua aura, per dirla con Walter Benjamin. Una scelta possibile, sommare al luogo una narrazione tra il documentario e l’immaginario: se il rischio, in questi casi, è sempre un po’ che lo spettacolo si traduca in una buona guida turistica dello spazio, così non è stato martedì sera, 19 novembre, nella celeberrima Cappella Sansevero del centro storico di Napoli. Il titolo dell’evento, emblematico: Il pensiero velato. Un reading accompagnato dalla musica eseguita dal vivo da Lucio Miele con la direzione musicale di Rosalba Quindici, su libretto e direzione di Rosario Diana, ispirato a episodi biografici di Raimondo di Sangro, principe di Sansevero che dà il nome al meraviglioso mausoleo della famiglia dov’è contenuta la preziosissima scultura del Cristo Velato, opera di Giuseppe Sanmartino su cui aleggia da sempre il mistero per l’incredibile trasparenza del sudario che avvolge il corpo. Le parole di Raimondo di Sangro rielaborate da Rosario Diana hanno preso a prestito la voce di Lino Musella, intrecciandosi con quelle registrate di Lorena Grigoletto, Armando Mascolo, Sonia Prota ed Enzo Salomone, che, come fantasmi della mente del protagonista, dialogano in armonia con le sue tesi esposte nella Lettera Apologetica (1750), una dissertazione epistolare che mirava a convincere del potenziale comunicativo e letterario dei “quipu”, il sistema di notazione basato sui nodi e colori in uso presso la civiltà precolombiana. Dal testo, che non smorza l’interesse filosofico del contenuto, al di là del tema principale emergono valori fondamentali e interconnessi come la libertà e la verità, legate alla scienza tanto quanto all’arte, delle quali il principe era amante e promotore.

Molto interessante la scelta di imprimere come sottofondo alla lettura una partitura sonora realizzata con percussioni e strumenti non musicali: in particolare, la manipolazione di fogli di carta stropicciata, suono di inquietudine emotiva, oltre che rumore del supporto materiale delle tesi. A livello visivo, protagonista è stato proprio Lucio Miele con la sua esecuzione sonora, mentre Musella, diversamente da altre occasioni (prima fra tutte, l’indimenticabile The Night Writer in cui legge i diari di Jan Fabre) raramente ha sollevato lo sguardo dalla pagina per trovare un contatto visivo con l’uditorio; viceversa, nell’ultima parte dello spettacolo, si riconoscono una maggiore tensione drammatica e la verve di Musella. Anche per questa ragione, si immagina molto bene come radiodramma, Il pensiero velato, a patto che l’accompagnamento sonoro retroceda un po’, a favore della parola, perché soprattutto all’inizio questa ne risulta offuscata. Il suono, non il luogo – al contrario lo spettacolo sortirebbe, appunto, l’effetto di guida turistica – si fa codice predominante, considerato che quasi fino alla fine, proprio lo spazio resta immerso nella semioscurità, rischiarato dalla fioca luce di una candela e poco altro. Grazie alle ombre suggestive proiettate dai movimenti di Miele, lo sfondo della nicchia della Cappella, in un curioso e quasi inconsapevole gioco di luce e ombra, acquista senso drammatico, una nuova simbologia sradicata dal preesistente: uno studio,  uno spazio di meditazione, di riflessione, la mente del Principe stesso. Solo verso la fine verranno illuminate e presentate anche alcune delle allegorie che abitano da secoli in questo luogo monumentale, incanto in marmo fra culto e leggenda unico al mondo.

scene contemporanee  di RENATA SAVO

23.11.2019

Intervista a Lucio Miele

-Ciao Lucio, hai portato recentemente insieme all’ensemble Tabula Arsa uno spettacolo d’improvvisazione dedicato ad IT. Com’è andato questo esperimento ?

Ciao Valerio, grazie in primis per il tempo che stai dedicando a me e al mio mondo musicale. Questo esperimento lo stiamo portando avanti con la rassegna “Free is be” nata a settembre 2018 insieme con Gabriele Pagliano, Michele Vassallo e Paolo Zamuner. L’intendo è quello di condividere esperienze musicali e approfondire la ricerca sulla musica improvvisata. Questa esperienza di “It” è stata davvero molto profonda sia dal punto di vista musicale che di condivisione, la mia gioia è stata vedere la partecipazione di tanti giovani musicisti e amici; penso sia un buon punto di partenza per poter condividere, conoscere esperienze diverse e dar frutto a nuove idee, e progetti innovativi.

-Anche se sei un ottimo batterista, in questa occasione ti sei trovato nella veste di direttore e compositore. Come ti ci sei trovato ? Era la prima volta ?

Sicuramente ci vuole ancora tanta strada per diventare un grande professionista. Posso dire che il mio percorso musicale è stato molto variegato passando dallo studio delle percussioni classiche allo studio della batteria. Negli ultimi anni, il contatto con gli alunni e il loro desiderio di conoscere il mondo della musica mi ha offerto diverse opportunità di dirigere piccoli ensemble, e di arrangiare piccole parti. Per quanto riguarda la musica improvvisata questa è stata la mia prima vera esperienza vissuta nelle vesti di compositore e ti posso dire che è stato davvero un bellissimo momento, per me molto costruttivo.

-Come avete lavorato nella composizione e nel concepire i singoli momenti musicali ?

Lo scrittore Enrico Macioci (studioso di S.King) ha scelto specifiche letture del romanzo “It” dove a fine spettacolo ha spiegato il pensiero e le tematiche trattate da S.King. Questo modo lo spettacolo è stato diviso in quattro sezioni : una parte introduttiva e delle letture singole. Siamo partiti lavorando su parametri musicali e narrativi che riuscissero a collegare il testo alla musica. Ci siamo messi alla ricerca di sonorità e atmosfere, che ognuno di noi ha interpretato secondo il suo modo più opportuno, nella sua unicità e originalità. Utilizzando varie forme di composizione, estemporanea, conduction, partitura grafica

Vieni dal conservatorio e studi con Stefano Battaglia. Che rapporto hai con l’improvvisazione e la musica estemporanea ? Che futuro vedi per questa espressione musicale ?

Ho cominciato studiando batteria presso la PolyMusic a Salerno con il M. Gianni Ferrante, poi sono entrato in conservatorio dove ho studiato percussioni classiche con il M. Mariagrazia Pescetelli, immergendomi completamente nel mondo classico per poi ritornare allo studio della batteria. Praticando questo tipo di musica mi sento molto a mio agio e penso sia l’apice dell’espressione artistica, mi sento davvero cadere in un oblio di energie….. Per il futuro vedo una continua ricerca soprattutto nel nostro essere perché a mio parere bisogna migliora prima noi stessi per poter esprimere qualcosa…

-Che risposta hai avuto dal pubblico ?

Il pubblico ha risposto positivamente, c’è da dire però che tutta la nostra rassegna è stata svolta presso il Time Off Space di Salerno, quindi il pubblico ha visto e vissuto in pieno il nostro percorso.

-Era la prima volta che facevate esperimenti di unione tra musica e lettura ?

Durante la rassegna “free is be” abbiamo svolto con Tabula Arsa altri lavori di questo tipo, sempre insieme allo scrittore Enrico Macioci abbiamo musicato “Il battello ebbro” di A. Rimbaud, e “Il corpo”di S. King.

-Come sono stati scelti i componenti dell’ensemble ?

Attraverso un Open Call abbiamo deciso di dare la possibilità di partecipare a tutti gli artisti, di qualsiasi genere. Sperando, in questo modo di aver suscitato interesse e fatto conoscere questo stile nel contesto musicale salernitano.

Di Il tamburo parlante 21-06-2019

Buon disco d’esordio per questo trio salernitano, che opera fin dal 2015.

È scandito da nove tracce, tutte di rapida presa, contrassegnate da semplicità melodica e intensità ritmica: fresche e ricche di energia. Le loro radici affondano in vasti ascolti e poliedrici interessi musicali. Inutile qui rintracciare le varie influenze, le memorie, le suggestioni che animano questa musica. Il titolo stesso del disco allude a una concezione dell’arte in cui tutto ritorna e tutto si rinnova continuamente. Il primo brano del cd, quello che gli da il titolo, racconta benissimo, con una melodia ipnotica e reiterante, le acque dalle quali inizia il viaggio. Un viaggio che prosegue spinto da un vento d’un oriente sognato (Echi) e costeggia tanti altri arcipelaghi (Bach, il jazz mainstream, e quello scandinavo e via esplorando) Il tutto sempre sotto la stimolo di un drive d’insieme collettivo veramente notevole. Questo elemento che caratterizza tanto positivamente il disco è anche, per paradosso, il suo limite. Qua è là il lavoro del trio appare, anche nei brani più meditativi, troppo muscolare. Un difetto che non inficia per niente la validità complessiva del progetto. 

Scritto da Marco Buttafuoco
Lunedì 09 Aprile 2018

Jazz Convention